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{"id":1788,"date":"1959-09-29T19:38:47","date_gmt":"1959-09-29T18:38:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.inarchlazio.it\/?p=1788"},"modified":"2023-12-15T14:12:22","modified_gmt":"2023-12-15T13:12:22","slug":"discorso-di-bruno-zevi-per-la-fondazione-dellinarch","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/inarchlazio.it\/?p=1788","title":{"rendered":"discorso di Bruno Zevi per la Fondazione dell&#8217;IN\/ARCH"},"content":{"rendered":"<p><strong>Discorso di Bruno Zevi per la fondazione dell&#8217;IN\/ARCH<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;idea di costituire un Istituto Nazionale di Architettura \u00e8 emersa nel seno della<br \/>\nsezione italiana dell&#8217;Unione Internazionale degli Architetti. Non \u00e8 un caso. Per i<br \/>\nsuoi compiti, la nostra sezione UIA \u00e8 venuta a contatto con le organizzazioni di<br \/>\narchitettura di molti -paesi, ha visto come funzionano, ne ha analizzato la struttura. L&#8217;idea di un Istituto Nazionale di Architettura \u00e8 sorta quasi spontaneamente.<br \/>\nDagli Stati Uniti all&#8217;Australia, dall&#8217;Inghilterra al Brasile, dalla Svizzera all&#8217;Argentina, ovunque nel mondo esistono Istituti di Architettura, alcuni fortissimi, altri<br \/>\nmeno, tutti operanti. Soltanto l&#8217;Italia non ha un organismo del genere, una casa<br \/>\ndove coloro che producono l&#8217;architettura si ritrovano, concordano il loro lavoro,<br \/>\ndibattono problemi, predispongono strategie per incidere, negli orientamenti della classe dirigente, nella vita del paese, nell&#8217;opinione pubblica. Questo vuoto \u00e8 stato parzialmente colmato ora dall&#8217;Associazione fra i Cultori di Architettura, ora da<br \/>\nun&#8217;Associazione Architetti, in qualche regione da un Collegio, spesso da enti di<br \/>\ncarattere professionale che hanno aggiunto alle loro gi\u00e0 onerose funzioni alcune<br \/>\nattivit\u00e0 culturali. La stessa UIA, organizzando due convegni, si \u00e8 assunta un carico<br \/>\nche, all&#8217;estero, grava sugli Istituti Nazionali di Architettura. Tale \u00e8 la situazione:<br \/>\nun contesto di ottime intenzioni, un&#8217;incessante serie di iniziative che hanno vita<br \/>\nbreve e momentaneo successo. Nulla di istituzionalizzato, quindi nulla di solido,<br \/>\nnessuna garanzia di continuit\u00e0.<br \/>\nMa c&#8217;\u00e8 subito da domandarsi: sentiamo veramente il bisogno di un simile Istituto? A questo interrogativo risponderete voi. Qui basti constatare che quanto gli<br \/>\nIstituti di Architettura attuano negli altri paesi, da noi o viene realizzato in forme<br \/>\nepisodiche, oppure non viene realizzato affatto. I migliori Istituti di Architettura<br \/>\nstranieri, dopo la guerra, tennero corsi di aggiornamento per ingegneri e architetti che tornavano alla professione; sistematicamente, organizzano seminari, o cicli<br \/>\ndi conferenze, su aspetti dell&#8217;economia edilizia, sulle moderne tecniche e i nuovi<br \/>\nmateriali; svolgono un&#8217;intensa attivit\u00e0 culturale con vivaci dibattiti e confronti<br \/>\nsulle varie tendenze progettuali; promuovono mostre di architetti, o di architetture scolastiche, ospedaliere, residenziali, industriali; assegnano premi che hanno<br \/>\nvastissima risonanza; collaborano all&#8217;insegnamento, attraverso concorsi riservati<br \/>\nagli studenti. Inoltre, dopo e insieme a tutto questo, si rivolgono agli altri, ai consumatori dell&#8217;architettura, stimolano la clientela con scritti, esposizioni, riunioni<br \/>\ndirette a far conoscere agli utenti cosa i produttori hanno da offrire. Tramite gli<br \/>\nIstituti, architetti e ingegneri edili corroborano la loro azione, l&#8217;ampliano, l&#8217;ingranano nella societ\u00e0. Nelle ultime elezioni inglesi, sia il partito conservatore che<br \/>\nquello laburista hanno sottoposto all&#8217;elettorato circostanziate e analitiche piattaforme riguardanti l&#8217;architettura. Chi le aveva elaborate? E&#8217; evidente, uomini del<br \/>\nRoyal Institute of British Architects di orientamento politico opposto: avevano<br \/>\nuna sede comune, affrontavano -problemi analoghi, parlavano un linguaggio concordato, potevano dunque dire cose diverse.<br \/>\nISTITUTO NAZIONALE DI ARCHITETTURA<br \/>\nVia Crescenzio, 16 &#8211; 00193 \u2013 ROMA<br \/>\ntel.: 06\/68802254 fax: 06\/6868530<br \/>\nwww.inarch.it inarch@inarch.it<br \/>\nIn Italia invece tutti i partiti dicono le stesse cose in materia di architettura, perch\u00e9 non dicono nulla di impegnativo. Non abbiamo un ente che possa sollecitarli<br \/>\na scelte precise. L&#8217;architettura non ha un suo organo propulsore, non ha una propria rappresentanza. Possiamo citare innumeri esempi. La Triennale di Milano<br \/>\nannovera, tra i suoi fini istituzionali, l&#8217;allestimento di mostre architettoniche, che<br \/>\nda anni non organizza od organizza male; fortunatamente, in Lombardia esistono<br \/>\nun Collegio e un Movimento Studi di Architettura; altrimenti, alla Triennale non<br \/>\nsuccederebbe nulla, poich\u00e9 tutti rappresentano e perci\u00f2 nessuno rappresenta l&#8217;architettura. Ci sono i premi Marzotto: perch\u00e9 non sono stati istituiti anche per l&#8217;architettura? E&#8217; chiaro, nessuno lo ha proposto, perch\u00e9 nessuno difende l&#8217;architettura. Non parliamo di eventi culturali: muore Frank Lloyd Wright, uno dei massimi geni della vicenda architettonica, o scompare Bernard Berenson, uno storico<br \/>\nil cui pensiero e costume critico incidono largamente anche in architettura; ebbene, in Italia non vi \u00e8 una sola commemorazione solenne di queste due personalit\u00e0.<br \/>\nChi dovrebbe promuoverla? I consigli o la federazione degli Ordini, l&#8217;ANIAI,<br \/>\nl&#8217;UIA? Non lo fanno, non l&#8217; hanno mai fatto, perch\u00e9 non \u00e8 nei loro obiettivi. Dunque gli architetti italiani sono dei selvaggi, e non degli intellettuali o degli artisti?<br \/>\nNeppure questo \u00e8 vero. La diagnosi \u00e8 semplice: non abbiamo istituzionalizzato la<br \/>\nnostra attivit\u00e0 culturale, che quindi fa acqua da tutte le parti. Vantiamo un record<br \/>\ndi brillantissime iniziative, dai premi Olivetti ad alcune riviste qualificate e diffuse, ma esse non creano un costume, non garantiscono una crescita e uno sviluppo, perch\u00e9 manca un centro di coordinamento e propulsione, un Istituto Nazionale di Architettura.<br \/>\nUn raffronto con ci\u00f2 che avviene in urbanistica si impone. Debole per tanti versi,<br \/>\nosteggiato, portavoce degli interessi di una Pianificazione statale, regionale, provinciale e comunale che lo Stato recepisce scarsamente, le regioni non sentono affatto, le province forse sentirebbero ma non possono concretare, i comuni avvertono ma non hanno i mezzi per rendere operativi, esponente di tematiche della<br \/>\nvita associata incomprese dai pi\u00f9 &#8211; malgrado tutto, l&#8217;Istituto Nazionale di Urbanistica \u00e8 un organismo a carattere stabile, che ha superato anche i passaggi pi\u00f9 spinosi della storia del paese; mobilita l&#8217;opinione pubblica nei suoi congressi, intesse<br \/>\ncon la classe dirigente un colloquio sistematico, una costruttiva dialettica di consensi e opposizioni. Se avessimo in architettura un istituto paragonabile a ci\u00f2 che<br \/>\n\u00e8 l&#8217;INU per l&#8217;urbanistica, disporremmo di una forza immensa, travolgente; ve ne<br \/>\npotete rendere conto paragonando il peso di un piccolo nucleo di urbanisti che<br \/>\nsvolge un&#8217;azione contro corrente, alla potenzialit\u00e0 delle migliaia di professionisti<br \/>\nattivi in architettura. Dietro l&#8217;urbanistica non c&#8217;\u00e8 nessuno, ad eccezione di poche<br \/>\ndecine di persone illuminate, e vastissimi interessi sono contro; dietro l&#8217;architettura vi sono complessi, enormi interessi, tutti miranti ad incrementare il lavoro;<br \/>\nun Istituto Nazionale di Architettura pu\u00f2 dunque avere un prestigio e una fortuna<br \/>\nnemmeno pensabili, per ora, nel campo urbanistico.<br \/>\nForse, dovrei fermarmi qui: le ragioni esposte sono sufficienti a determinare la<br \/>\ncostituzione di un Istituto Nazionale di Architettura. E invece il discorso serio<br \/>\ncomincia solo adesso. Tutto ci\u00f2 che ho detto \u00e8 ovvio, scontato. Se gli scopi del nostro Istituto fossero limitati alle prospettive elencate, esso non si realizzerebbe o<br \/>\nnascerebbe male, dacch\u00e9 non si possono ricalcare le orme di enti impostati cinquant&#8217;anni o un secolo fa, anche se le attivit\u00e0 che essi svolgono sono tuttora necessarie. Perch\u00e9 un&#8217;impresa impegni e appassioni, specie in un periodo di prosperit\u00e0 e perci\u00f2 di fiacchezza morale, occorre che sia originale, presenti un rischio,<br \/>\nimponga un esperimento coraggioso. Senza dubbio anche nell&#8217;ambito della cultura architettonica destinata agli ingegneri e agli architetti c&#8217;\u00e8 moltissimo da fare<br \/>\nper stabilire un ponte tra produttori e consumatori di architettura; ma la struttura organizzativa per raggiungere questi obiettivi non pu\u00f2 essere quella tradizionale degli Istituti di Architettura esteri, non pu\u00f2 consistere nel creare un ennesimo<br \/>\nente a carattere professionale anche se con mansioni specificamente culturali. Arriviamo ultimi, bisogna almeno arrivare bene; anzi dobbiamo arrivare primi nel<br \/>\nconfigurare un orientamento cos\u00ec attuale, aperto e inedito da costituire un indice<br \/>\nanche per le forze architettoniche di altri paesi.<br \/>\nIl tema dunque si allarga spalanca i suoi orizzonti. Di che si tratta? Semplicemente della sorte degli intellettuali in una societ\u00e0 condizionata dai mass-media e<br \/>\nquindi dalla cultura di massa; segnatamente, fra gli intellettuali, della sorte di coloro che professano l&#8217;architettura nel quadro della produzione edilizia a scala seconda met\u00e0 del XX secolo. Si tratta insomma di riesaminare la struttura della nostra professione nella societ\u00e0 contemporanea, nell&#8217;epoca della seconda rivoluzione industriale e dell&#8217;energia atomica.<br \/>\nIn un&#8217;intervista pubblicata sul settimanale &#8220;L&#8217;Express&#8221; di Parigi, il celebre romanziere Arthur Koestler constatava che lo slittamento verso una cultura uniforme e<br \/>\nstereotipata \u00e8 divenuto un fenomeno irresistibile. I mezzi di comunicazione moderna creano una cultura controllata a reazione. Tra l&#8217;intellettuale e il suo pubblico si \u00e8 interposto il microfono, che non soltanto impone all&#8217;intellettuale di parlare<br \/>\nad una platea sterminata, sconosciuta e indifferenziata, ma permette anche a chi<br \/>\ngestisce il meccanismo delle informazioni di rilevare, entro poche ore, le reazioni<br \/>\ndei consumatori e quindi di condizionare la produzione a livelli sempre pi\u00f9 bassi.<br \/>\nDi fronte al dilagare dei mass-media, la minoranza degli intellettuali \u00e8 in stato di<br \/>\nimpotenza: un&#8217;inquietudine profonda la pervade, un senso di distacco dalla societ\u00e0 la condanna a un isolamento drammatico e spesso disperato, tanto pi\u00f9 grave<br \/>\nquanto meno l&#8217;intellettuale ne \u00e8 cosciente. L&#8217;intellettuale soffre, fatica, dedica se<br \/>\nstesso al lavoro, ma &#8211; nel momento in cui ne traccia un bilancio &#8211; si accorge di aver appena scalfito la realt\u00e0, di averla soltanto aggettivata senza inciderne la sostanza. Il nostro bilancio \u00e8 in deficit assai pi\u00f9 di quello degli intellettuali del passato poich\u00e9 essi, anche non ottenendo il successo, potevano contare sulla fedelt\u00e0<br \/>\ndi una ristretta clientela e puntare sul riconoscimento dei posteri, mentre gli intellettuali d&#8217;oggi sono immersi in una produzione che non lascia loro n\u00e9 il tempo,<br \/>\nn\u00e9 la serenit\u00e0, n\u00e9 l&#8217;agio di pensare, preclude la via del ritiro, e fa s\u00ec che l&#8217;infarto o il<br \/>\ncancro li sorprenda quando ancora non hanno avuto modo di riflettere su se stessi, sulla loro funzione nel mondo, sul rapporto con gli altri. Perci\u00f2 gli scompensi<br \/>\npsicologici aumentano con ritmo pauroso, file di intellettuali si allineano nei gabinetti degli psicanalisti; per difendersi dalla corrente amalgamatrice, per salvarsi, ognuno cerca di costruire un proprio castello, un proprio regno, una serie di<br \/>\ndifese contro il mondo, ma, in tale processo, l&#8217;equilibrio diviene sempre pi\u00f9 instabile, crolla per un motivo qualsiasi, di regola anzi senza nessun motivo. Nell&#8217;et\u00e0<br \/>\ndell&#8217;automazione e dei voli interplanetari, la classe degli intellettuali e degli artisti, che dovrebbe dominare il tempo libero finalmente elargito dal progresso industriale alla maggioranza degli uomini, proprio quella classe che ha stimolato<br \/>\nnel mondo la curiosit\u00e0 degli spazi, e gli spazi ha descritto e figurativamente rappresentato, nell&#8217;ora del suo trionfo \u00e8 in stato di disfacimento e liquidazione. La<br \/>\nprosperit\u00e0 esteriore pu\u00f2 ingannare gli altri, non gli intellettuali stessi che, ogni<br \/>\ngiorno di pi\u00f9, si sentono fuori del gioco.<br \/>\nChe c&#8217;entrano gli architetti in questo tenebroso quadro? Apparentemente poco, in<br \/>\nquanto, per alcune doti di estrinsecazione espressiva, la professione li favorisce<br \/>\nrispetto agli altri intellettuali, offre loro maggiori gratificazioni, li rende meno ricettivi e sensibili, immunizzandoli in parte da verticali crolli psicologici. Tuttavia,<br \/>\na ben vedere, il loro destino \u00e8 comune a quello di tutti gli intellettuali, poich\u00e9 i<br \/>\ncontrasti, le antitesi, le lacerazioni tra individuo e societ\u00e0 raggiungono anche in<br \/>\narchitettura un&#8217;intensit\u00e0 spaventosa, un grado di schizofrenia. La scissione tra<br \/>\ncultura ed economia nel campo architettonico \u00e8 oggi tale da indurre a definire l&#8217;et\u00e0 in cui viviamo come l&#8217;et\u00e0 del paradosso.<br \/>\nRegistriamo infatti questa incredibile situazione: gli architetti e l&#8217;industria edilizia<br \/>\nsono non solo separati, ma agli antipodi. Ogni volta che vediamo demolire una<br \/>\ncasa, anche se non ha alcun valore artistico, proviamo un senso di amputazione,<br \/>\nnon sospettiamo neppure che al suo posto possa sorgere un edificio migliore;<br \/>\npensiamo subito ad una legge economica che far\u00e0 costruire pi\u00f9 vani e pi\u00f9 piani,<br \/>\nche aumenter\u00e0 il numero degli abitanti e delle automobili parcheggiate per strada. I produttori dell&#8217;architettura sono cos\u00ec in continua polemica con le forze che<br \/>\npermettono di produrre l&#8217;architettura. E poich\u00e9 l&#8217;iniziativa economica \u00e8 assai pi\u00f9<br \/>\npressante e veloce di quella culturale, gli architetti sono ridotti alla periferia del<br \/>\nfenomeno edilizio, in stato di passivit\u00e0, servono l&#8217;iniziativa economica ma senza<br \/>\nconvinzione profonda e perci\u00f2 senza vera possibilit\u00e0 di ispirazione poetica. Il giudizio sui contenuti dell&#8217;architettura sembra sfuggire al campo decisionale degli<br \/>\narchitetti in un&#8217;epoca in cui l&#8217;invenzione del programma edilizio costituisce il<br \/>\nprimo atto della creativit\u00e0 architettonica. Cosa rimane? La forma in senso epidermico, magari tridimensionale anzich\u00e9 di mera facciata, ma comunque estrinseca non essendo dettata dalla passione per il tema. Sul terreno psicologico, poi, il<br \/>\nfenomeno pi\u00f9 paradossale \u00e8 questo: tutti gli architetti, a parole, inorridiscono al<br \/>\nsolo nome della Societ\u00e0 Generale Immobiliare, ma tutti, o quasi, ne sono al servizio o sono complici di aziende immobiliari anche peggiori.<br \/>\nIl verdetto \u00e8 automatico, la diagnosi chiarissima: infranto il rapporto fra economia e cultura, l&#8217;architettura \u00e8 in stato di paralisi. Circolo vizioso. Nessuno di noi,<br \/>\nda solo, ne esce pi\u00f9: non il professionista che, malgrado tutto, deve campare; n\u00e8<br \/>\nlo storico d&#8217;architettura, costretto ad apparire non un alleato degli architetti moderni, ma un loro fustigatore; n\u00e8 il costruttore, che sente ogni sua iniziativa giudicata negativamente, quasi l&#8217;intento imprenditoriale fosse a priori deplorevole.<br \/>\nNon ne esce l&#8217;amatore di architettura, obbligato a ripiegare sui romanticismi nostalgici della vecchia Roma, della vecchia Milano, della vecchia Napoli, tagliato<br \/>\nfuori da una vera collaborazione con l&#8217;attivit\u00e0 moderna. Non ne escono i geometri<br \/>\nconsiderati schiuma della terra, rifiuto, da ingegneri e architetti che spesso compiono obbrobri assai pi\u00f9 vistosi dei loro. Non ne escono i banchieri, i controllori<br \/>\ndel credito, a cui nessuno dice dove, quando, come i finanziamenti dovrebbero essere concessi per risultare pi\u00f9 utili. Non ne esce l&#8217;amministratore locale, cui l&#8217;urbanista consegna un piano regolatore che nessuno vuole, che gli operatori economici e i costruttori per primi, ma non ultimi anche gli ingegneri e gli architetti,<br \/>\ncoadiuvano a sabotare. Non ne escono i parlamentari e gli uomini di governo, sollecitati in direzioni diverse e smesso contrastanti da architetti, ingegneri, costruttori, operatori economici, giornalisti, critici, amministratori locali. Insomma, \u00e8 la<br \/>\nsclerosi dell&#8217;architettura come atto di cultura integrata. Il divario tra cultura ed<br \/>\neconomia \u00e8 divenuto un baratro, e allora la cultura si ritira in astrazioni, cessa di<br \/>\nessere engag\u00e9e, cade nel solipsismo e nel pessimismo, mentre l&#8217;economia si trasforma in bruta speculazione e, l\u00e0 dove incrocia la politica, contribuisce alla corruzione e al sottogoverno.<br \/>\nSi pu\u00f2 migliorare la situazione, per dare all&#8217;attivit\u00e0 architettonica il prestigio che<br \/>\nle compete? Chi non lo crede, ritenendo che la societ\u00e0 italiana sia irrimediabilmente corrotta, \u00e8 pregato di accettare le scuse del comitato promotore di questa<br \/>\nriunione per il disturbo arrecatogli. Gli altri \u2026&#8230;. nutrono dubbi, molti e gravi.<br \/>\nNessuno pensa che sia facile superare la paralisi in cui si trova l&#8217;architettura. A<br \/>\ncosa porteranno le nostre perplessit\u00e0? Lo vedremo tra breve. Se le titubanze prevalgono, possiamo rimandare sine die il varo dell&#8217;Istituto Nazionale di Architettura. In caso contrario, se decidiamo di saltare il fosso, lo faremo con una tenacia<br \/>\nderivante dalla convinzione che non c&#8217;\u00e8 altra via; non con superficiale ottimismo<br \/>\nma sicuri che, senza questa rischiosa avventura, l&#8217;architettura continuer\u00e0 fatalmente a perdere terreno. In uno scritto autobiografico, Pierre Mend\u00e8s-France<br \/>\nraccontava di quando, dopo il crollo francese, era riparato in Inghilterra e partecipava, nell&#8217;armata di De Gaulle, alla battaglia aerea di Londra. Aveva una paura<br \/>\nfolle che gli provocava irrefrenabili conati di vomito: saliva in aeroplano, combatteva e, scendendo a terra, vomitava; poi, rimontava in aeroplano. In circostanze<br \/>\nassai meno drammatiche ma altrettanto serie per l&#8217;architettura, ci troviamo in<br \/>\nuna posizione analoga. Si pu\u00f2 rinunciare a volare, e non si fa l&#8217;Istituto; chi vuol<br \/>\nfarlo, deve aver paura ma non temere di averla, conoscendo i rischi e accettando<br \/>\nl&#8217;avventura.<br \/>\nOggi \u00e8 assurdo pensare a un Istituto di Architettura di vecchio stampo, affine a<br \/>\nquelli fondati decenni or sono in societ\u00e0 affatto diverse: un Istituto che organizzi<br \/>\nun circoletto di conferenze, un congressetto ogni anno, qualche pubblicazioncina,<br \/>\ne si perda in questioni meschine, se, per esempio, vi debbano essere ammessi i<br \/>\ncritici d&#8217;arte o i costruttori o i geometri o i banchieri. Abbiamo gi\u00e0 salde istituzioni<br \/>\nprofessionali, dagli Ordini all&#8217;ANIAI; non vogliamo doppioni. Se l&#8217;Istituto Nazionale di Architettura va creato, i suoi orizzonti devono essere ampi, l&#8217;obiettivo dell&#8217;incontro tra produttori e consumatori, che coincide con quello dell&#8217;integrazione<br \/>\ntra cultura ed economia, deve esserci costantemente presente. Sono state avanzate le riserve pi\u00f9 strampalate all&#8217;idea di fondare l&#8217;Istituto: c&#8217;\u00e8 chi paventa che gli<br \/>\nOrdini si offendano, che l&#8217;ANIAI vi individui un ente rivale, che gli architetti (o<br \/>\nmammole puritane!) si corrompano a contatto con i costruttori o sfigurino vicino<br \/>\nai critici d&#8217;arte; ed ancora, chi pretende che l&#8217;Istituto sia una federazione delle organizzazioni professionali esistenti, o si chiami Istituto Nazionale di Edilizia e<br \/>\nnon di Architettura, o Centro-studi, o Movimento. Tutte queste recriminazioni e<br \/>\ncontroproposte nascono da un equivoco, dal sospetto cio\u00e8 che si voglia un Istituto<br \/>\ndi Architettura di vecchia formula, nello stesso spazio occupato almeno parzialmente dagli Ordini, dallo Federazione degli Ordini, dall&#8217;ANIAI, dall&#8217;UIA, dai Collegi o dalle Associazioni di Ingegneri e Architetti. Nulla di questo: qui si intende<br \/>\nconfigurare qualcosa di assolutamente diverso, che risulter\u00e0 in un solenne fiasco<br \/>\noppure in un&#8217;iniziativa nuova, straordinariamente efficace. Eleviamo dunque il<br \/>\ndiscorso al di sopra di queste beghe, delle gelosie settoriali di architetti e ingegneri, pensiamo al destino dell&#8217;architettura nell&#8217;insieme dei suoi ingredienti, economici, politici, sociali, artistici. Nessuno vi chiede atti di altruismo o sacrifici. Al<br \/>\ncontrario: l&#8217;Istituto, deve risultare efficace, deve rispondere all&#8217;interesse diretto,<br \/>\negoistico, di chi professa l&#8217;architettura, ed essere gestito da uomini convinti che,<br \/>\nattraverso il loro lavoro nel nuovo organismo, saranno pi\u00f9 soddisfatti e felici,<br \/>\nquindi pi\u00f9 utili al paese.<br \/>\nCosa far\u00e0 l&#8217;Istituto Nazionale di Architettura? Qual \u00e8 il suo programma? Nessuno<br \/>\nlo sa. Potrei tracciarvi un calendario dettagliatissimo per cinque anni, ma i programmi, anche i pi\u00f9 seducenti, non servono se non corrispondono ad una struttura di interessi; e viceversa, quando la struttura esiste, i programmi discendono da<br \/>\nsoli. Prima di discutere gli articoli dello statuto, prima di sapere quel che fa, importa sapere quello che \u00e8 l&#8217;Istituto. E&#8217; il luogo, il tavolo intorno al quale si incontrano le forze che producono l&#8217;architettura: industriali, banchieri, costruttori, ingegneri e architetti, fino ai critici d&#8217;arte e agli amatori di architettura. Ci confron-<br \/>\nteremo, esamineremo in condizioni di parit\u00e0, e non in quelle di subordinazione<br \/>\ntra cliente e architetto, fino a qual punto i vari interessi possono conciliarsi. Cosa<br \/>\nvogliono gli operatori economici? Guadagnare costruendo: \u00e8 forse illegittimo?<br \/>\nCosa vogliono i critici d&#8217;arte? Difendere il paesaggio urbano e rurale: \u00e8 sacrosanto. Ma \u00e8 mai possibile che, per costruire, occorra rovinare le citt\u00e0 o, per difendere<br \/>\ni monumenti, sia necessario vietare le costruzioni? Una strada comune, pur con<br \/>\ngrandi difficolt\u00e0, si deve trovare; altrimenti ci fermeremo all&#8217;attuale paralisi, per<br \/>\ncui le citt\u00e0 e il paesaggio vengono deturpati, la ricchezza nazionale \u00e8 almeno in<br \/>\nparte sperperata, i costruttori considerano gli architetti degli ingenui o dei pazzi, i<br \/>\ncritici elevano le loro proteste ma senza riuscire ad evitare i disastri, perch\u00e9 arrivano quasi sempre troppo tardi. L&#8217;Istituto di Architettura deve essere un centro<br \/>\ndove i vari personaggi della scena architettonica, dagli industriali ai giornalisti,<br \/>\nfinora isolati, trovino un canale di comunicazione, la sede di sinceri e chiari dissidi, lo strumento per rompere la segregazione. La cultura ha tutto da guadagnare e<br \/>\nniente da perdere; oggi nel 99,99% dei casi, la cultura e la professione architettonica sono a servizio passivo della speculazione. Gli architetti invero non possono<br \/>\nessere corrotti. Il proverbio: &#8220;il peggio non \u00e8 mai morto&#8221; qui non funziona. Il peggio c&#8217;\u00e8 gi\u00e0.<br \/>\nCosa pu\u00f2 nascere da una collaborazione di questo tipo, tra forze cos\u00ec eterogenee?<br \/>\nIl minimo: l&#8217;educazione dei clienti. Il massimo: un&#8217;edilizia, liberamente pianificata e tale da sostanziare l&#8217;attivit\u00e0 urbanistica.<br \/>\nSull&#8217;educazione dei clienti non occorre indugiare. L&#8217;Italia \u00e8 l&#8217;unico paese del<br \/>\nmondo civile i cui fruitori di architettura non siano oggetto di attenzione, di pressione didattica. Il risultato \u00e8 che la nostra storia architettonica appare, sempre<br \/>\npi\u00f9, ingemmata di occasioni perdute. Organizzeremo mostre nelle grandi citt\u00e0 e<br \/>\nin provincia, inviteremo i maggiori architetti stranieri, esporremo esempi di ci\u00f2<br \/>\nche si fa all&#8217;estero nei vari campi, valorizzeremo i progettisti italiani e le loro opere pi\u00f9 qualificate, istituiremo premi in ogni regione, diffonderemo opuscoli diretti<br \/>\nora ai parlamentari, ora agli amministratori locali, ora ai costruttori, ora alle masse dei consumatori. Il pubblico c&#8217;\u00e8, la congiuntura \u00e8 fortunata, ma non sappiamo<br \/>\nsfruttarla. Nessuno di noi, da solo, pu\u00f2 farlo: non i professionisti, tutti presi dal<br \/>\nloro lavoro; non gli storici e i critici impegnati in attivit\u00e0 scientifiche di livello universitario; non i giornalisti che non sanno a chi e dove rivolgersi. Solo un Istituto Nazionale di Architettura pu\u00f2 affrontare il compito: \u00e8 nell&#8217;interesse di tutti<br \/>\nampliare e qualificare i consumatori di architettura, la massa di gente che usa i<br \/>\nnostri prodotti.<br \/>\nL&#8217;obiettivo massimo \u00e8 invece programmare l&#8217;iniziativa economica nel campo edile<br \/>\nfino a portarla a scala e a livello urbanistico. Bisogna guardare al domani, a imprese assai pi\u00f9 vaste di quelle del villinetto che si trasforma in palazzina, dell&#8217;attico che sporge o del superattico che viola il regola- mento edilizio. Queste forme di<br \/>\nspeculazione minuta sono uno strascico artigianale, un residuo del mondo di ieri:<br \/>\nnel futuro ci troveremo di fronte ad iniziative massicce, a programmi edilizi che<br \/>\ninvestono centinaia e centinaia di ettari. Gli intellettuali, ingegneri e architetti,<br \/>\ndevono scegliere: porsi ai margini delle realt\u00e0, o alla testa delle forze imprenditoriali. L&#8217;idea dell&#8217;Istituto Nazionale di Architettura \u00e8 una sfida: sono capaci gli architetti di concepire e dar forma a grandi piani edilizi proficui per chi li intraprende, e insieme utili per il paese e per l&#8217;arte? Se non lo sono, l&#8217;ambizione di creare un Istituto di Architettura \u00e8 illusoria ed assurda, ma c&#8217;\u00e8 di peggio: \u00e8 sbagliata<br \/>\nla struttura della nostra professione, il mestiere dell&#8217;architetto si riduce ad un&#8217;attivit\u00e0 parassita, di disturbo. Il mondo va avanti, gli architetti rimangono indietro.<br \/>\nAccadono cose straordinarie. Nell&#8217;ultimo congresso del partito socialista, Riccar-<br \/>\ndo Lombardi dichiara: &#8220;Il socialismo non si fa pi\u00f9 con gli scioperi, ma attraverso<br \/>\nil controllo degli investimenti statali&#8221;, sovvertendo la concezione tradizionale<br \/>\nclassista ed aprendola ai temi del New Deal; ma gli architetti arrivano all&#8217;ultimo<br \/>\nmomento, a programma edilizio gi\u00e0 elaborato, quando tutto o quasi \u00e8 gi\u00e0 compromesso.<br \/>\nIl mondo cammina, con o senza architetti. Il caso del grande parco archeologico<br \/>\ndi Roma ne \u00e8 un sintomo. Se il piano regolatore lo avesse previsto ed imposto,<br \/>\nnon sarebbe mai stato attuato, perch\u00e9 un&#8217;urbanistica paternalista incontra l&#8217;opposizione di tutte le forze economiche. Siccome per\u00f2 il parco \u00e8 stato pensato nell&#8217;ambito di un programma economico, pare che i lavori stiano per cominciare. E&#8217;<br \/>\nbuona o cattiva l&#8217;idea del parco archeologico? Non si pu\u00f2 rispondere in astratto;<br \/>\nbisogna mettersi a tavolino, fare i calcoli, precisare il costo del miracolo, abbassarne il prezzo se \u00e8 esoso. N\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9, meno fa un Walter Reuther, capo dei sindacati operai americani del C.I.O., quando tratta con il presidente della General Motors. Non lo apostrofa con male parole, non lo ricatta con la minaccia di scioperi,<br \/>\nche suonerebbe ridicola in tempi di automazione; gli dimostra che, ricontrollati i<br \/>\nbilanci, i profitti della General Motors sono aumentati, che i salari, di conseguenza, devono essere elevati anche perch\u00e9 il miglioramento del tenore di vita della<br \/>\nclasse operaia serve alla General Motors per incrementare gli acquirenti delle sue<br \/>\nautomobili. La lotta di classe, negli Stati Uniti, si avvia a diventare una competizione scientifica e tecnica tra i centri studi dei complessi industriali e quelli dei<br \/>\nsindacati operai. Nel campo dell&#8217;architettura, invece, dove sarebbe folle pensare a<br \/>\nuno sciopero dei consumatori o a una serrata dei produttori, si persiste in un atteggiamento di falso puritanesimo, si dice no a tutto ci\u00f2 che propongono gli operatori economici (salvo poi a fare &#8220;s\u00ec&#8221; come professionisti privati), non si offrono<br \/>\nalternative; non riconoscendo i diritti dell&#8217;iniziativa economica, non si tenta<br \/>\nnemmeno di integrarli con quelli dell&#8217;architettura. C&#8217;\u00e8 qualcuno che possa tentare<br \/>\nda solo? No, il tentativo pu\u00f2 essere compiuto unicamente da un Istituto Nazionale di Architettura che nasca su questa ispirazione. Avr\u00e0 successo? E&#8217; dubbio. Ma \u00e8<br \/>\nchiaro che da questo Istituto e dalla sua fortuna dipende, in larga misura, l&#8217;avvenire dell&#8217;architettura, ed anche dell&#8217;urbanistica italiana.<br \/>\nNon a caso, tra i colleghi presenti, si contano molti urbanisti. Io credo che il bilancio culturale dell&#8217;INU sia decisamente in attivo. Ma se l&#8217;efficacia del suo operato non \u00e8 proporzionale alla passione e all&#8217;intelligenza dimostrate dagli urbanisti,<br \/>\nci\u00f2 dipende dal fatto che, una volta elaborato un piano regolatore, anche il migliore dei piani, esso non trova rispondenza nell&#8217;iniziativa economica, non riesce a<br \/>\nfarsi realt\u00e0. Un Istituto di Architettura \u00e8 la necessaria integrazione dell&#8217;Istituto di<br \/>\nUrbanistica e ne rafforza l&#8217;azione. Tra il piano regolatore e il lavoro degli architetti vi \u00e8 uno iato, un vuoto che sconfigge il piano e sminuisce il senso e il significato<br \/>\ndell&#8217;attivit\u00e0 architettonica. Questo vuoto va riempito, sulla traccia della strategia<br \/>\ndi alcune &#8220;planning commissions&#8221; americane, e ci\u00f2 \u00e8 il compito di un Istituto di<br \/>\nArchitettura: a monte, nell&#8217;interesse di assetti urbani e rurali che poi vengono<br \/>\nconfigurati e orchestrati nei piani; a valle, nell&#8217;interesse della professione, dell&#8217;architettura, dell&#8217;arte. Questo \u00e8 l&#8217;obiettivo massimo: pianificare la libera iniziativa<br \/>\neconomica in modo tale da sostanziare la pianificazione urbanistica. Se ci\u00f2 accadesse, finalmente cultura, economia e politica troverebbero un punto di convergenza.<br \/>\nNon vorrei che il miraggio dell&#8217;avventura ci facesse dimenticare le difficolt\u00e0 da<br \/>\nsuperare. Sono molte, e non riguardano le critiche, i pettegolezzi di questo o quel<br \/>\nconsiglio dell&#8217;Ordine degli Ingegneri e degli Architetti, di qualche Collegio o Associazione. Questi sono piccoli ostacoli, sorti su equivoci facilmente dissipabili, su<br \/>\nrisibili malignit\u00e0, su quel costume italico per il quale, ogni volta che si propone<br \/>\nuna cosa nuova, tutti si domandano: che cosa c&#8217;\u00e8 sotto? E, quando scoprono che<br \/>\nnon c&#8217;\u00e8 niente, tentennano la testa con gravit\u00e0 e dicono: chiss\u00e0 cosa c&#8217;\u00e8 sotto! Non<br \/>\nsono questi gli scogli che preoccupano. Allarma invece un altro tipo di opposizione occulta che deriva dai settorialismi in cui \u00e8 scisso il mondo architettonico. Diciamolo francamente; poich\u00e9 i vari protagonisti della produzione architettonica<br \/>\nvivono in compartimenti stagni, contro l&#8217;idea di un Istituto Nazionale di Architettura che spezzi gli attuali frazionamenti, e porti il discorso su un altro livello, sono<br \/>\nschierati tutti:<br \/>\nsono contro i tradizionalisti perch\u00e9 temono che questo Istituto cada nelle mani di<br \/>\nuna minoranza di architetti moderni, facinorosi, eversivi;<br \/>\nsono contrari gli architetti moderni,che non riescono a capire perch\u00e9 chi pi\u00f9 si<br \/>\noppone alla cattiva architettura auspichi l&#8217;ingresso nell&#8217;Istituto di tutti i professionisti, anche dei peggiori;<br \/>\nsono contrari gli architetti nel loro insieme, monumentalisti e moderni, perch\u00e9<br \/>\nvedono nella presenza forse soverchiante degli ingegneri edili nell&#8217;Istituto una<br \/>\ncondizione di inferiorit\u00e0;<br \/>\nma gli ingegneri sono a loro volta contrari, perch\u00e9 sospettano che gli architetti, in<br \/>\nun Istituto di Architettura, prevalgano, e gi\u00e0 alcuni hanno fatto il calcolo di quanti<br \/>\ningegneri appartengano al comitato promotore rispetto agli architetti;<br \/>\ningegneri e architetti nel loro insieme sono poi contro l&#8217;Istituto di Architettura<br \/>\nperch\u00e9 non vogliono i costruttori, oppure non vogliono i critici d&#8217;arte e meno ancora gli amatori di architettura, dizione che chiaramente include anche i geometri;<br \/>\ni costruttori sono contro. Per varie ragioni: anzitutto, perch\u00e9 non intendono sottoporre agli architetti e agli ingegneri le loro iniziative; poi perch\u00e9, nel loro stesso<br \/>\nambito, i piccoli temono di essere soffocati dai grandi, e i grandi temono che i piccoli, alleandosi con gli ingegneri e gli architetti, acquistino troppo peso;<br \/>\nsono contrari anche i banchieri, gli industriali, gli operatori economici, avendo il<br \/>\nvago sentore che, in un Istituto del genere, saranno degli eterni accusati, e perch\u00e9<br \/>\nattribuiscono agli architetti ogni qualit\u00e0 tranne la ragionevolezza.<br \/>\nLa lista potrebbe continuare. Sono contrari tutti, perch\u00e9 un Istituto di Architettura infrange i privilegi di categoria, non fa gli interessi di nessuno, non pu\u00f2 essere<br \/>\ncomprato o dominato da nessuno; infine,perch\u00e9 un Istituto organicamente articolato \u00e8 un&#8217;istituzione, e si paventano le istituzioni in quanto ci si trova benissimo<br \/>\ncol sottogoverno.<br \/>\nTale \u00e8 la situazione: per creare un Istituto Nazionale di Architettura bisogna invertire il senso delle forze che determinano l&#8217;architettura del paese. Oggi, sono<br \/>\nforze centrifughe, di parte; occorre che si trasformino in fattori dell&#8217;equazione architettonica. Ma per realizzare questo obiettivo ci vuole coraggio, spregiudicatezza, visione.<br \/>\nE concludo. Che cosa avverr\u00e0 ora? I casi, come sempre, sono due: o questa assemblea conferma che la nostra iniziativa \u00e8 opportuna e urgente, ed allora nella<br \/>\ncronaca e nella storia dell&#8217;architettura italiana si legger\u00e0: 1959, ottobre 26: si costituisce l&#8217;Istituto Nazionale di Architettura. Oppure, niente.<br \/>\nNel secondo caso, che non spaventa nessuno, anzi \u00e8 segretamente auspicato perch\u00e9 esonera da un&#8217;altra fatica, l&#8217;Istituto Nazionale di Architettura non si crea. La<br \/>\ndiscussione intristisce, le beghe e le gelosie settarie mortificano i temi del dibattito, tutto si diluisce e stempera: l&#8217;Istituto non si fa, e nessuno si sente offeso o<br \/>\nsconfitto. L&#8217;idea non \u00e8 attuata, ma non \u00e8 nemmeno sciupata: sar\u00e0 ripresa domani,<br \/>\nmagari in altre forme, da persone migliori di noi. Anche senza alcun risultato<br \/>\nimmediato, questa riunione non sar\u00e0 stata inutile: \u00e8 nata un&#8217;idea che ha mobilitato le forze dell&#8217;architettura italiana, provocando dissidi, pettegolezzi, entusiasmi e<br \/>\npaure, consensi e opposizioni, perch\u00e9 \u00e8 viva, moderna, coraggiosa. L&#8217;idea di un<br \/>\nIstituto Nazionale di Architettura sar\u00e0 rimasta un sogno, ma un sogno esplicitato,<br \/>\nchiarito, discusso, comunque stimolatore.<br \/>\nDiceva Teodoro Herzl, fondatore non di un Istituto, ma di uno Stato: &#8220;I sogni non<br \/>\nsono poi cos\u00ec diversi dalla realt\u00e0, come qualcuno crede; tutte le imprese degli uomini, all&#8217;inizio, sono dei sogni&#8221;.<\/p>\n<p><strong><em>Bruno Zevi <\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Discorso di Bruno Zevi per la fondazione dell&#8217;IN\/ARCH L&#8217;idea di costituire un Istituto Nazionale di Architettura \u00e8 emersa nel seno della sezione italiana dell&#8217;Unione Internazionale degli Architetti. 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